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Forum Musica Classica
Il mercato della musica classica: analizziamolo grazie ad una tavola rotonda organizzata fra alcuni degli operatori specializzati.
Tendenze: va il classico
La musica classica in Italia, secondo gli ultimi dati Fimi relativi al 2002, ha mostrato significativi segnali di ripresa, nonostante presenti dei problemi strutturali di mercato di difficile risoluzione (mancanza di cultura musicale, invecchiamento del pubblico, crisi dei piccoli negozi specializzati, ecc.). L’inversione di tendenza rispetto agli anni precedenti ci è parsa comunque un ottimo punto per una approfondita riflessione sul mercato, così M&D si è fatta promotrice di un Forum tra operatori del settore finalizzato proprio a uno scambio di opinioni sui problemi e le prospettive della musica classica in Italia. Sono intervenuti sul fronte della produzione discografica un esponente di una major, Marco Delfini (EMI), e un produttore indipendente, Danilo Prefumo (Dynamic, IDIS); un distributore indipendente, Mauro Primon (Jupiter); per il commercio il responsabile degli acquisti per il settore classico di una catena, Giovanni Chiapparini (Feltrinelli/Ricordi Mediastores), e un negoziante specializzato, Alma Zeccara (Buscemi Dischi di Milano). A coordinare il dibattito la nostra responsabile di redazione Simona Lamonaca.
Simona Lamonaca. Il settore della musica classica in Italia, secondo le ultime rilevazioni Fimi relative al 2002, è apparso in crescita quasi del 76% a unità e del 14% a valore, un risultato che gli ha fatto raggiungere una quota di mercato pari al 6% dopo anni di flessione (nel 2001 rappresentava solo il 3,8%). Indubbiamente a influenzare questi risultati sono stati una serie di fattori, prime fra tutte le continue campagne promozionali sui prodotti di catalogo che hanno ravvivato un mercato stagnante. E d’altro canto le poche produzioni nuove immesse sul mercato ogni anno evidentemente sono riuscite a raggiungere il pubblico premiando le scelte degli operatori. Tutto questo si è giovato anche di iniziative di marketing promosse direttamente dai punti vendita, soprattutto da parte delle catene, che negli ultimi anni si sono attivate spesso nel promuovere iniziative proprie in grado di portare affluenza anche in questo settore. Mentre nel complesso i negozi tradizionali hanno continuato sulla strada della specializzazione dei propri commessi, per fornire ai clienti quel supporto di consulenza indispensabile in settori così particolari. Eppure, nonostante questi elementi positivi, molti sono ancora i punti oscuri di questo mercato, che vale la pena analizzare per potervi recuperare ulteriori stimoli di crescita. È in quest’ottica che inviterei al dibattito, a partire da un’analisi della situazione attuale del mercato alla luce degli ultimi dati Fimi, andando a considerare le difficoltà e le prospettive del settore, nonché le diverse direzioni intraprese fino a questo momento. Darei quindi la parola in primo luogo a chi è direttamente a contatto con il pubblico finale: i commercianti.
Giovanni Chiapparini. Vorrei iniziare innanzitutto da un confronto con i dati che sono appena stati espressi. Per quanto ci riguarda, dopo qualche anno di difficoltà, il 2002 si è chiuso in attivo per il settore classico, dal momento che siamo riusciti a incrementare la percentuale di venduto di musica classica rispetto al resto. Quest’anno mi pare che, fino ad ora, stiamo confermando più o meno i dati dell’anno scorso. Per noi la classica vale a livello di catena qualcosa come l’11%. Quindi anche di più rispetto ai dati di mercato, probabilmente perché fra le catene siamo quella che tratta con più diffusione questo catalogo. Inoltre il fatto di avere anche un comparto di edizioni di musica stampata porta più pedonabilità nei negozi, dal momento che magari chi entra per prendere uno spartito poi può decidere di comprare anche un disco. Dal punto di vista degli ordini per noi non è cambiato niente in questi anni. Abbiamo sempre avuto la filosofia dell’ordine centralizzato delle novità, attraverso quello che ci viene presentato da majors e indipendenti. Dobbiamo dire che il mercato, per quanto risulta da questi dati, è stato sostenuto sempre di più dalle produzioni degli indipendenti e ha visto segnare un po’ il passo dalle majors, anche se non tanto nel caso della qui presente Emi. Alcune majors addirittura mandano avanti il mercato classico solo con offerte che consentono dei rientri. E devo dire che questa lacuna a livello di mercato si fa sentire, soprattutto per quanto riguarda la produzione di novità, che oramai vengono realizzate solamente da 2 majors su 5. Di contro tutte le aziende sono attive sul fronte delle promozioni sul catalogo, che hanno decisamente sostenuto le vendite, almeno per quanto ci riguarda. Iniziative promozionali lodevoli che non si sono limitate solamente agli sconti, ma anche alla comunicazione al pubblico. Il fatto che le campagne stanno diventando sempre più importanti, tuttavia, è sintomo di un grave elemento di difficoltà del mercato non solo nel settore classico. Noi contiamo di perseverare in questa quota di mercato e, se possibile, di ampliarla. Stiamo da diversi anni puntando, oltreché sulle campagne delle case, anche su iniziative nostre esclusive. Ne abbiamo appena fatta una di gran successo con la Jupiter un paio di mesi fa. Ne stiamo aspettando una con la Emi. E accompagniamo queste iniziative con il supporto cartaceo istituzionale che consente di darne la giusta visibilità presso i nostri punti vendita. Aggiungo che, attraverso i dati in nostro possesso, abbiamo notato come qualche fascia di prodotto meno specialistico abbia sostenuto il mercato meglio di altre, c’è un calo sulla musica contemporanea e lirica, mentre si registra una sostanziale tenuta della produzione orchestrale e sinfonica in genere. Per il resto c’è il settore del cosiddetto crossover che dà dei risultati interessanti. Per esempio la Universal ha fatto buoni numeri con “Era”, un “classico del pop” che dal punto di vista commerciale viene catalogato come prodotto crossover ed esce su etichetta classica. Anche questo è un modo per sostenere il mercato, secondo una strada aperta qualche anno fa da un’altra major con la colonna sonora di “Titanic”.
Lamonaca. Dunque questo tipo di prodotti da parte vostra viene collocato nel reparto classica? Adesso è uscito su Universal Classics anche il CD degli Incognito, come viene considerato?
Chiapparini. Per noi gli Incognito non sono classica. Quello che nei nostri punti vendita finisce nel comparto classico sono le raccolte tipo appunto “Era”, che, se dal punto di vista dell’appassionato di classica interessano poco, per quanto riguarda il cliente medio conquistano una fetta di pubblico che di sicuro fa fatturare, pur non creando nuovi adepti fra gli specializzati.
Alma Zeccara. Come negozio specializzato purtroppo io non mi sento di essere così ottimista. Noi abbiamo avuto una tenuta nel 2002 e in questi primi mesi un lieve calo… Nel gennaio dell’anno scorso, grazie alla campagna uscita per la prima volta sui cofanetti, abbiamo lavorato moltissimo, quest’anno, nonostante la riproposta della stessa campagna (probabilmente anche perché si è trattato di una riproposta), non possiamo dire di avere avuto un incremento di fatturato. Semmai un lieve calo, intorno al 2%, che non è ingente, però rispetto ai dati Fimi fa pensare. Come diceva Chiapparini ci sono linee diverse fra i diversi settori. Le majors sono andate così così, mentre sono andati molto bene gli indipendenti, soprattutto certe nicchie che conquistano il pubblico con produzioni nuove e interessanti, laddove le majors spesso si adagiano sui soliti repertori, non tanto sui soliti interpreti (anche se spesso accade anche questo) ma sui soliti titoli: la Settima di Beethoven, ecc., e non parlo solo di ristampe quanto di nuovi esecutori che interpretano sempre le stesse cose. Da parte nostra abbiamo rilevato un incremento per alcune case: Jupiter, Dynamic, Sound and Music sono le prime che mi vengono in mente fra quelle andate bene, la Emi ha tenuto abbastanza perché comunque è riuscita a fare uscire delle novità interessanti, oltre che a proporre campagne accattivanti (per esempio l’ultima dedicata ai grandi direttori d’orchestra). Meno bene sono andate le campagne che si sono susseguite negli anni un po’ per tutte le majors, compresi i Duo Emi, i Galleria o i Masters per Universal, ecc., che tengono ma non aumentano il fatturato, rimanendo piuttosto stabili.
Chiapparini. Mi sento assolutamente di confermare questi dati. Le campagne che hanno diversi anni di esperienza non hanno più l’impatto dell’inizio. Il produttore tende a incolparcene, mentre invece è evidente che l’impatto di una campagna al primo anno è difficile che si ripresenti in seguito.
Lamonaca. Ci sono anche degli svantaggi nel proporre continuamente campagne?
Zeccara. No, nel senso che all’inizio poteva disturbare. Poi la gente si è abituata ad aspettarle, per cui addirittura evita di comprare un CD se sa che prima o poi sarà messo in campagna, ci chiede informazioni in merito, dato che noi in genere più o meno ne abbiamo notizia, e aspetta senza problemi. Qualche perplessità sorgeva all’inizio, ma quando la gente ha capito che poteva avere un buon prodotto a un prezzo ridotto, ci si è adattata in fretta.
Chiapparini. Comunque le campagne oggi sono così estese nel tempo che capita raramente che un cliente si lamenti di trovare a 12 euro un prodotto che fino a ieri costava 8,50, dato che in genere la promozione si svolge mediamente per 8 mesi l’anno.
Zeccara. Questo accadeva all’inizio e clienti si irritavano moltissimo. Adesso hanno imparato a vivere anche questa cosa come normale.
Marco Delfini. Oggi, poi, c’è più elasticità anche da parte nostra. Se una campagna dura da giugno a settembre è ovvio che di fronte a un ordine ingente la si prolunga. Per cui non esiste più una periodizzazione categorica.
Zeccara. Infatti noi in genere ci regoliamo proprio così.
Chiapparini. Per noi è più difficile, dovendo gestire in maniera centralizzata tutti i nostri punti vendita. Siamo invece decisamente ben disposti quando la proposta di prolungare una determinata campagna viene direttamente dal produttore. Ma per il resto non possiamo presentarci al pubblico con iniziative diversificate a seconda del singolo punto vendita.
Delfini. Io su questi dati economici ho qualche difficoltà a riferire, dal momento che noi abbiamo un anno fiscale spostato: i primi tre mesi del 2002 per noi rientrano in un altro anno fiscale, per cui la situazione appare leggermente diversa, sebbene non sia certo il periodo gennaio-marzo a fare la differenza principale. Diciamo che la linea Emi a livello mondiale prevede l’inserimento del comparto classico e di quello jazz all’interno della divisione Emi Marketing, che si basa sullo sfruttamento del catalogo, e già questo è abbastanza indicativo di come l’azienda voglia muoversi e di come intenda sviluppare la sua attività. Sostanzialmente si tratta di prendere quattro direzioni principali: 1) lo sfruttamento del catalogo; 2) la pubblicazione di novità interessanti tutti i mesi; 3) le compilations; 4) il crossover. Per quanto riguarda il primo punto io lavoro in una major che ha la fortuna di avere un back catalogue abbastanza importante, forse a livello operistico il più sterminato, sebbene anche a livello sinfonico abbiamo avuto dei grandissimi direttori. È una risorsa da sviluppare, tanto più che oltre a questo sono stati fatti anche accordi con altre case discografiche più piccole, che ci hanno permesso acquisizioni tali da consentirci campagne interessanti quale appunto quella sui grandi direttori, nata dall’acquisizione di registrazioni inedite del marchio IMG Artists che ci hanno consentito di confezionare una campagna nuova sotto tutti i punti di vista che ha quell’appeal della novità che, come diceva Chiapparini, funziona, almeno per i primi anni. Poi ci sono le promozioni istituzionali che si devono fare comunque, anche se hanno meno appeal perché i clienti se le aspettano, tanto è vero che se uno dei nostri rappresentanti si dimentica di dire a Buscemi che ci sarà la tal campagna, sarà Buscemi stesso a dirglielo. Per quanto riguarda le novità, la politica Emi a livello internazionale è stata quella di acquisire un roster di artisti il più vasto possibile. Di contro, però, questi artisti impongono scelte di routine: ogni direttore d’orchestra vuole registrare la sua Nona di Beethoven e ogni cantante vuole fare “Tosca” o “Traviata”. Questo è un po’ lo scotto che si deve pagare nell’acquisizione di artisti, dato che si tratta di una serie di richieste alle quali sono da sempre stati legittimati, tanto è vero che ancora oggi i nuovi artisti hanno le loro pretese. Del resto nei contratti in esclusiva sono precisamente specificati i titoli delle registrazioni da effettuare. A livello sinfonico, poi, il recente incarico di Simon Rattle alla guida dei Berliner Philarmoniker è per noi motivo di grande orgoglio, oltre che un’opportunità di sviluppo notevole, dato che Rattle, che in Inghilterra e adesso in Germania è un nome abbastanza affermato, per il resto non è ancora universalmente noto e su questo ci sarà da lavorare. Poi ci sono i due settori che ci consentono di lavorare con più calma agli altri, vale a dire quello delle compilations e quello dei crossover. Da un po’ di anni ci siamo per forza dovuti muovere in questo senso, penso al caso clamoroso di “Eternity” che ha venduto 60.000 copie, un risultato eccezionale. Era una compilation comunissima, ma che ha sfruttato l’attività di marketing tipica della musica pop, con campagne su Radio Deejay e su altre radio dal taglio giovane con l’obiettivo non tanto di avvicinare i giovani alla musica classica, quanto ad un mondo un po’ diverso da quello locoro usuale, attraverso il concept del chill out, del riversamento, ecc. Questi successi ci hanno permesso di gestire adeguatamente con una certa tranquillità il back catalogue e le novità, rimanendo nell’ambito di quelle che sono le esigenze economiche del fatturato di una major, che risultano sempre più pressanti a tutti i livelli, da quello nazionale alle richieste internazionali. Per quanto riguarda il crossover avevamo fatto il concerto sinfonico con i Queen, e adesso è uscito il disco di Sarah Brightman, subito entrato in classifica. Certo, ha ben poco di un progetto classico, ma è gestito e lavorato dalla classica. Questo è un settore che stiamo sviluppando moltissimo. Penso anche al disco di Kennedy, violinista classico a tutti gli effetti, che si è unito a Jaz Coleman e a John Stanley, per fare un CD che ricorda molto Goran Bregovic e le atmosfere slave, orientali. Questi prodotti ci consentono di sviluppare l’attività classica propriamente detta. A tutto questo va aggiunta l’esigenza di offrire ai nostri clienti un prodotto che sia bello, dentro e fuori, con una bella grafica, accattivante. Lo stesso vale per i cartonati da fornire ai negozi, che devono essere di impatto, dato che i negozi sono invasi da questo materiale. Certo non è facile fare delle scelte. A volte non si punta su determinati cataloghi o su determinati artisti non per dimenticanza o per mancanza di volontà, ma proprio per l’esigenza di focalizzare l’attenzione su quello che poi permetterà di fare altro.
Mauro Primon. Quindi confermi anche tu il trend positivo che è stato detto?
Delfini. Devo dire di sì. Siamo sicuramente soddisfatti, soprattutto per quanto riguarda l’acquisizione di quote di mercato. Ogni anno abbiamo acquisito un paio di punti percentuale nel mercato totale. È un trend che si sviluppa in tutta Europa. Sul mercato statunitense la situazione è un po’ diversa, dato che lì la Sony è ancora una major molto importante, laddove al di qua dell’oceano sulla classica ha un atteggiamento più dimesso.
Lamonaca. Darei la parola a Mauro Primon, che con la Jupiter distribuisce molti prodotti che arrivano sul mercato a prezzo pieno e che vivono quindi direttamente la concorrenza delle majors.
Primon. Per quanto riguarda la mia esperienza posso parlare solo positivamente del mercato della musica classica italiano e questa affermazione la faccio con tutta la sobrietà e l’umiltà di cui sono capace, perché Jupiter è nata nel 1995 come distributrice con Dynamic e da allora ogni anno ha raccolto nuove case discografiche, che ne hanno fatto inevitabilmente accrescere il fatturato. I primi mesi di quest’anno sono stati positivi, tanto da far registrare un aumento rispetto all’analogo periodo dello scorso anno. Mi ha fatto enormemente piacere sentire quanto è stato detto finora sul fatto che in generale il mercato non è stagnante, ma addirittura sta mostrando un briciolo di aggressività nel conquistare quote di mercato. Trovo che sia assolutamente una buona notizia il dato dell’11% da parte della Ricordi e lo dico non solo perché io vendo dischi, ma anche perché mi sembra un buon risultato per il mio Paese.
Lamonaca. Certamente il fatto che oggi i dati Fimi parlino del mercato della musica classica come dell’6% laddove l’anno precedente non era che il 3,8 è un fatto positivo, anche se va visto anche in relazione al calo del resto del prodotto discografico.
Primon. Comunque, a partire dal 2000, Jupiter ha cominciato la distribuzione non solo di case discografiche ad alto prezzo, ma anche di case a basso prezzo che mantengono una buona qualità. Diversificando così i nostri prodotti dal punto di vista quantitativo e qualitativo noi abbiamo occupato sempre più spazio nel mercato e siamo cresciuti come distribuzione. Credo che questa sia una cosa generalizzata che non riguarda solo Jupiter come distributore indipendente, ma un po’ tutti i distributori, piccoli, grandi o multinazionali che siano. Del resto è anche nostro interesse che la Emi venda milioni di copie di musica classica, perché questo significa che Jupiter può venderne centinaia e centinaia di migliaia. È ovvio che di fronte al catalogo della Emi noi non possiamo pensare di farle concorrenza, né magari di portarle via Simon Rattle. Però è anche giusto che una multinazionale che fa una politica intelligente nei confronti del mercato crei un varco a cui poi si possano agganciare diverse altre iniziative, così come è giusto che gli indipendenti con la loro proposta originale di repertori poco noti o sconosciuti possano andare ad esplorare un territorio che fino ad oggi non è mai stato inciso o eseguito in concerto perlomeno negli ultimi 100 anni. Credo che sia questa la carta vincente di un’etichetta indipendente. Per quanto ci riguarda noi non abbiamo interesse a proporre le sinfonie di Beethoven, a meno che non si tratti di un’edizione storica di particolare pregio o qualcosa di simile (anche questo è un mercato che risulta interessante con mia grande sorpresa, perché i negozi continuano a chiedere buona qualità da parte dei direttori o anche confronti tra edizioni diverse di un’unica opera). Per noi è più facile vendere musica contemporanea, anche se i clienti di Feltrinelli non la amano, oppure lavorare nel repertorio barocco, visto che esistono una marea di compositori che sono praticamente sconosciuti o il cui repertorio è inedito o poco inciso. Credo che marciando in questi ambiti le case discografiche e i distributori indipendenti possano avere sempre più spazio. Per il resto noi teniamo molto a curare il rapporto con i negozi. Sia che si parli della catena Feltrinelli/Ricordi, sia di Buscemi a Milano, ecc. in Italia noi cerchiamo di seguire con la massima attenzione, coccolandoli, tutti i negozi. Questa forse è la grande follia della Jupiter, dato che mandare degli agenti monomandatari in giro per l’Italia è un costo notevole in confronto al fatturato che poi viene effettuato… eppure riteniamo che ne valga la pena, perché anche nelle piccole città di provincia esiste un’attenzione e una cura verso questo tipo di prodotto, che non fa le quantità di Milano, ma dà garanzia di continuità. Forse l’anno scorso in coincidenza dei mondiali c’è stata un po’ una vacanza da tutto il mondo culturale, e anche sulla musica classica c’è stata una certa crisi di concentrazione sul mercato dei titoli e dei repertori da proporre, oltre a una minor attenzione nei confronti dei clienti finali, sì che alcuni punti vendita hanno avuto qualche problema di liquidità. Questa è una cosa che nel nostro mondo si sente subito, e che ha significato non solo ritardi nei pagamenti, ma anche minor disponibilità ad acquisire catalogo e ad assorbire materiale. Del resto, stando a quello che sento dai negozi con cui siamo costantemente in contatto, oggi c’è una grossa flessione sulle hits leggere del momento che crea anche un danno nel settore colto, perché, riducendo il fatturato, si investe meno su tutti i settori a 360°; lo stesso problema della pirateria, pur non toccandoci direttamente, influisce anche sui nostri risultati per lo stesso motivo. Se la catena Ricordi non avesse il problema della pirateria sicuramente avrebbe un incremento di fatturato importante che porterebbe più liquidità e capacità di investire nel magazzino. Questo è uno degli orizzonti sui quali bisogna lavorare.
Lamonaca. Parliamo dei problemi della produzione, passando la parola a un produttore indipendente: Danilo Prefumo.
Prefumo. Come produttore confermo quello che più o meno hanno detto tutti e cioè che stiamo vivendo un momento non positivissimo, ma abbastanza positivo. Io parlo ovviamente per Dynamic e per l’Istituto Discografico Italiano, le due etichette che rappresento. Anche in questi primi mesi dell’anno abbiamo registrato un incremento per entrambe con cifre intorno al 10%. Direi che le nostre etichette (la Dynamic in particolare) hanno incrementato negli ultimi 6/7 anni costantemente. Abbiamo trovato dei settori di nicchia particolarmente apprezzati, come quello delle opere inedite registrate dal vivo nei teatri o di repertori strumentali poco battuti nell’ambito della produzione e quello della ricerca di registrazioni storiche di oltre 50 anni di interesse con interpreti quali Maria Callas, ecc., che si rivelano sempre evergreen dal punto di vista delle vendite. Del resto, dal momento che questa produzione oltre i 50 anni rende libero repertorio di anno in anno, più si va avanti più il repertorio si arricchisce, e nello stesso tempo più aumenta la qualità delle registrazioni originali, dato che nel ’95 si pubblicavano registrazioni del ’45 con qualità bassissima. A livello internazionale scontiamo un po’ la carenza della distribuzione nei paesi asiatici, con l’eccezione del Giappone che non è ancora ai livelli di fatturato di 10 anni fa, ma si sta riprendendo. In compenso purtroppo sono ancora in forte decrescita paesi come la Corea, Taiwan, Honk Kong che invece sembrava avrebbero avuto uno sviluppo importante, mentre poi evidentemente negli anni scorsi si sono trovati in una crisi economica molto grave dalla quale fanno fatica a riprendersi. Per ciò che riguarda la distribuzione internazionale, l’Europa ha tenuto molto bene e direi che anche gli Stati Uniti, dopo un periodo di crisi relativa immediatamente successiva all’11 settembre, adesso sono in piena ripresa. Evidentemente si tratta di una produzione limitata, ma ci siamo resi conto che, concentrandosi sulle nicchie, si riesce a tirare avanti in maniera apprezzabile. Questo è il feeling che avverto anche io andando in giro costantemente per l’Italia. Mi capita di trovare persone coro stantemente aggiornate sul mio catalogo e sulle mie produzioni, che mi mettono a volte anche in difficoltà con le loro domande. È una cosa molto positiva, perché l’appassionato di classica (e qui dobbiamo ringraziare anche i distributori e i negozi specializzati, che hanno contribuito a formarlo) è fortemente acculturato e ha ottime cognizioni. Quindi si tratta di un mercato piccolo ma intelligente.
Lamonaca. Proseguirei il discorso sulla distribuzione, con i suoi punti forti e le sue debolezze. Sappiamo che negli ultimi anni nel nostro Paese molti negozi specializzati hanno chiuso, sì che oggi non ce ne sono tantissimi e non tutti quelli esistenti sono poi davvero così specializzati come si vorrebbe. Si potrebbe fare una panoramica su questo e mi piacerebbe inoltre sapere se le case discografiche stanno anche pensando ad altri possibili canali di distribuzione, per esempio la vendita durante i concerti…
Delfini. Diciamo che le vendite dei dischi durante i concerti sono un evento abbastanza raro in Italia, mentre nel mondo anglosassone sono ormai una tradizione collaudata, attraverso un banchetto apposito o anche un vero e proprio negozio dentro il teatro. È certamente uno stimolo interessante per il pubblico, che spesso si ferma dopo il concerto a comprare un CD che non è detto che comprerebbe il giorno dopo, agendo d’istinto sull’onda dell’entusiasmo che il concerto ha suscitato. La nostra strategia è quella di cercare di far altrettanto ove sia possibile, ma non è semplicissimo, soprattutto dato che non sempre ci sono strutture adatte all’interno dei teatri. In situazioni abbastanza consolidate è una cosa che avviene automaticamente, come ad esempio nel Book Store della Scala, adesso trasferitosi al teatro degli Arcimboldi, o nel negozio all’interno dell’Accademia di Santa Cecilia a Roma, o in quello nel nuovo Auditorium Parco della Musica, ecc. La situazione diventa più complicata quando nella struttura non è presente un punto vendita e quindi bisogna trasferirvi un negoziante ubicato altrove in città, con tutte le difficoltà burocratiche che questo comporta (legali, fiscali e quant’altro). Abbiamo notato che c’è un buon successo quando la vendita dei dischi è abbinata all’attività promozionale dell’artista stesso che si ferma ad autografarli. A livello internazionale c’è molta disponibilità in questo senso da parte degli artisti giovani, in particolare quelli di area anglosassone, proprio perché vi sono abituati. Se l’artista è presente il pubblico è sicuramente più invogliato a comprare il disco, soprattutto poi se in CD è disponibile il repertorio che è appena stato eseguito. In questo devo dire che gli artisti sono abbastanza collaborativi, nel senso che spesso la scelta del repertorio è abbinata all’uscita discografica e c’è una certa disponibilità di massima nel fare le cose. Da parte dei negozi c’è interesse a questo tipo di operazioni, o quanto meno mi pare ci sia la volontà di superare le difficoltà che vi sono dietro. Al di là di questo, ci potrebbero essere altri canali di vendita, per esempio lo sfruttamento dei Conservatori, delle scuole di musica... Noi avevamo pensato a una mailing di allievi di Conservatori cui inviare inviti ai concerti per poi magari proporgli delle vendite scontate sugli album degli artisti che avessero visto dal vivo. Sono tutte cose da valutare. Per quanto riguarda la distribuzione e i problemi che una major ha in questo senso, non sono propriamente la persona giusta per parlarne, dato che sono cose di cui si occupa la divisione commerciale, tuttavia i problemi possono dipendere soprattutto dal fatto che la nostra attività è frenetica e continua e questo comporta una pressione sulla forza vendita notevole. Noi non abbiamo agenti specializzati che fanno solo musica classica. È chiaro che quando una forza vendita è esageratamente oberata si punta sulle cose importanti e poi tutto il resto viene lavorato molto velocemente. La tecnologia fortunatamente oggi ci può aiutare tantissimo, al punto che potrebbe essere utile che la divisione marketing di una major instauri un tipo di collaborazione direttamente con i buyers dei negozi, fornendogli già un’informazione di massima, una pre-release come quella che viene inviata ai giornalisti, che prepari il negoziante prima della visita dell’agente. Del resto è anche vero che il negoziante che si trovi davanti un agente che gli proponga un quantitativo enorme di dischi potrebbe trovare difficoltà a fare una scelta. L’importante è che le direzioni commerciali diano un tabulato chiaro sulle uscite e sulle campagne, in modo che gli agenti ne siano agevolati. La difficoltà per loro sta nel recepire tutte le informazioni e girarle al negoziante che spesso ne viene invaso.
Primon. Noi abbiamo sempre cercato di dare la massima qualità nell’incontro con i negozi, sia nel rapporto personale sia per quanto riguarda il supporto cartaceo che accompagna gli agenti, tra i quali non ho paura di ammettere che ci sono anche io stesso. La settimana scorsa sono stato a Roma, Napoli e Pescara, proprio perché tradizionalmente almeno due volte all’anno desidero incontrare tutti i negozi, anche quelli più lontani dalla nostra sede nell’estremo nord del Piemonte. Lo trovo fondamentale per sentire e cercare di capire come può funzionare il mercato anche lontano da noi. Naturalmente non sono io a dover dire se siamo bravi o meno, tuttavia a me sembra che ci sia un buon feeling con l’80/90% del mercato, oltre che un rapporto di fiducia. Noi lavoriamo solo sulla musica classica (al 99%) ed è normale pensare che le cose debbano essere fatte così. Certo mi rendo conto che per una major, che deve avere strategie di marketing e gerarchie più complesse, le cose possano funzionare in un modo diverso. Però sono convinto che se anche una multinazionale investisse non dico su 10 agenti dedicati alla musica classica, ma magari su una o due persone, che annualmente girassero tutti i negozi italiani sapendo di cosa stanno parlando, forse il mercato potrebbe andare ancora meglio, magari Feltrinelli/Ricordi raggiungerebbe il 15% di fatturato. Secondo me c’è ancora spazio e questo ho avuto modo di sperimentarlo nel corso degli ultimi anni in modo continuativo. Per il resto, noi facciamo, quando ci è possibile perché i teatri ce lo permettono e l’artista ne vale la pena, vendita durante i concerti. Per esempio, quando viene Savall si arrivano a vendere anche 100 copie di un suo disco in questo modo, se poi lui si ferma a firmarle allora si rischia di tornare a casa senza dischi. Ma, al di là di questo canale, teniamo molto anche a partecipare alle fiere. A maggio sono stato per la seconda volta alla Fiera del Libro di Torino, che ha un pubblico piuttosto composito. Noi partiamo dal presupposto che non è detto che chi entri in una libreria sia anche un cliente abituale di Buscemi Dischi, pur abitando a Milano. La prima cosa di cui mi sono reso conto a Torino è che molti curiosi che sono venuti da noi per ascoltare dischi ci hanno poi chiesto dove quei CD si potessero normalmente acquistare, con un’ingenuità che sorprende. Un altro fenomeno che è scaturito dalla Fiera del Libro, e che ho verificato per due anni di fila (certo non ho la presunzione di considerarla una statistica esaustiva, ma è comunque un dato su cui riflettere), è che la maggior parte del pubblico è femminile, mentre nei negozi di dischi il pubblico femminile di musica classica è in minoranza. Eppure in Fiera ci sono diverse signore, e ragazze anche giovani, che comprano dalla “Follia” di Savall ad altre cose e questo mi fa pensare che noi distributori dal punto di vista del marketing non spariamo tutte le cartucce che dovremmo sparare. Forse dovremmo avere il coraggio di investire denaro per una politica di marketing veramente aggressiva, con l’obiettivo di conquistare una fetta più larga di mercato. C’è anche da dire che alla Fiera del Libro esponiamo un bel cartello in cui comunichiamo che a Torino i nostri CD si possono comprare da… È un modo per fare pubblicità ai negozi, perché la fiera non sia una tantum per l’acquisto di dischi da parte di questo pubblico. Secondo me sarebbe veramente straordinario se in Italia si riuscisse a fare davvero una campagna aggressiva dal punto di vista del marketing, sebbene sappia bene che questo richiederebbe risorse economiche tali da trovare probabilmente giustificazione solo in campo leggero. Sta di fatto che cercare di incontrare il pubblico durante i concerti, alle fiere - del libro, dell’hi fi, dei dischi usati, ecc. - consente sicuramente di potenziare questo mercato. L’Italia comunque, dal punto di vista culturale, ha dei problemi enormi, rispetto per esempio ai nostri cugini francesi. Tutti gli anni il “Financial times” pubblica l’inserto “Il mondo in cifre”, che viene tradotto anche in Italia. Fra i dati che emergono uno preoccupa in particolare: il fatto che nel nostro Paese ogni 100 capi famiglia soltanto 5 comprano un quotidiano con regolarità, e non si indaga se si tratti della “Gazzetta dello sport” o del “Corriere della sera”. In Francia si arriva a 20. Nei paesi nordici, tipo Norvegia, Finlandia, Svezia, sono addirittura 50. Eppure in Italia i dati di gennaio/ aprile sulle visite ai musei mostrano un incremento che rinnova il boom a sorpresa dell’anno scorso. Quindi la sensazione è che questo mercato culturale sia troppo casuale. Se tutti insieme, non solo noi distributori, ma anche lo stesso mondo editoriale, riuscissimo a bussare alla porta di melomani o amanti del barocco potenziali, magari il business potrebbe avere un incremento davvero importante. In Francia ci sono riviste come “Repertoire de la musique” e “Diapason de la musique” che sono in grado di condizionare il mercato. In Italia quando un disco prende una recensione particolarmente positiva non è in grado di vendere 1000 o 2000 copie in due mesi.
Lamonaca. Visto che gira molto per il Paese, vorrei chiederle com’è la situazione dei negozi specializzati in Italia.
Primon. A Milano esiste la più alta concentrazione di negozi specializzati di tutto il territorio. A Roma un negozio come Buscemi o Bottega Discantica non esiste. Certo, ci sono negozi di qualità importanti come l’Allegretto o la Discoteca al Pantheon, però un negozio che abbia la metà della forza commerciale di Buscemi e la sua specializzazione sulla musica classica non esiste. Qualcosa di analogo c’è a Torino con il Classico e l’Arpa, ma tutti gli altri negozi italiani per campare devono vivere prevalentemente con la musica leggera. Poi ci sono punti vendita che hanno una particolare propensione e sensibilità per il reparto classico e allora fanno investimenti che vanno oltre il 10/20%, però non ci sono negozi che vivono solo di musica classica, al di fuori di questa stretta cerchia. Da Roma in giù è molto difficile riuscire a vendere musica classica con serenità, nonostante a Napoli, Bari e Catania ci siano dei grandissimi appassionati. Noi fino ad ora non abbiamo mai preso la decisione di vendere attraverso Internet, però c’è gente che ci chiama da Roma o da Bari per chiederci determinati dischi che non riesce a trovare, e noi ci preoccupiamo di indirizzarla nel negozio più vicino in cui provvediamo a inviarli. Dal sud riceviamo tante telefonate di appassionati che ci chiedono le informazioni più varie. I negozi hanno bisogno di fiducia. Anche il clima di guerra ha creato un po’ di logoramento. Poi vorrei aprire una parentesi su alcune imposizioni della forza distributiva che talvolta spinge i negozi a comprare tantissimi dischi in campagna, creando loro delle difficoltà nei pagamenti, quando non è detto che nel bimestre o nel trimestre successivo riescano a vendere tutto. Questo tipo di politica crea proprio quei sobbalzi che impediscono al mercato italiano di avere un minimo di regolarità.
Prefumo. Per quello che mi riguarda posso solo dire che i nostri rapporti con il nostro distributore italiano sono ottimi. Io naturalmente parlo da produttore, non sono particolarmente addentro alle problematiche inerenti al rapporto distributore/negozi. Negli ultimi tempi abbiamo verificato una crescita di interesse verso i cosiddetti cofanettoni, che contengono molti CD a prezzo speciale, soprattutto se si tratta di integrali. Certo, non è facile per un’etichetta piccola come la nostra realizzarne. Noi abbiamo sviluppato anche una vendita diretta tramite Internet, come ormai quasi tutte le case italiane hanno fatto, che ha un fatturato modesto ma interessante. È chiaro che il problema a monte è che la quantità di persone che si interessano alla musica classica è limitata e questo è un problema di cultura antichissimo che rimanda alla frattura tra musica e cultura che si può far risalire all’unità d’Italia o a Benedetto Croce. La musica per anni è stata considerata un’espressione artisticamente non rilevante, un divertimento popolare, anche grazie al fatto che nel nostro Paese ha sempre dominato l’opera, vale a dire un genere che un tempo era un divertimento popolare. In Italia il problema dell’ampliamento del pubblico di classica passa attraverso l’educazione scolastica e attraverso iniziative che sono anche difficili da ipotizzare in un futuro immediato. Continueremo ad andare avanti con una base di pubblico comunque ristretta, grazie all’impegno dei distributori e dei negozianti nell’allettarla con un prodotto qualitativamente valido, economicamente interessante e anche esteriormente appetibile. Ultimamente ci sono prodotti, soprattutto nell’ambito della musica barocca, che si sono affermati anche in virtù di un packaging e di una presentazione grafica che dava valore aggiunto in termini di bellezza ed eleganza. Questa è una cosa che noi italiani dovremmo prendere maggiormente in considerazione, dato che fino ad ora non l’abbiamo ancora sfruttata a fondo. Non penso che ci potranno essere degli incrementi enormi di pubblico. Ci potrà essere una maggiore capacità di penetrazione in un pubblico che comunque rimane ristretto.
Chiapparini. Per quanto riguarda la distribuzione del prodotto di classica in Italia noi abbiamo anche qui un dato un po’ in controtendenza che riguarda tutta la nostra catena. Il gruppo Fined è in espansione. Stiamo investendo da qualche anno nel rinnovo dei negozi già esistenti e nell’apertura di nuovi punti vendita. Certo è possibile che questo abbia contribuito alla scomparsa di alcuni negozi storici specializzati. In particolare stiamo investendo nei negozi del centro sud. Si citava prima Roma, dove noi abbiamo cinque punti vendita; un anno fa abbiamo aperto un importantissimo megastore a Napoli con degli ottimi risultati di vendita; siamo presenti a Bari, Catania, Palermo, dove sicuramente in termini di provincia la richiesta di classica è elevata. Riusciamo ad essere di supporto alla distribuzione anche a livello logistico perché abbiamo un magazzino centralizzato: quando ordiniamo le novità ai distributori non li obblighiamo a fare trenta consegne su trenta punti vendita in tutta Italia; il prodotto arriva nel nostro magazzino e poi siamo noi a lavorarlo e inviarlo ai negozi già pronto per essere esposto. Dal punto di vista della promozione del prodotto dobbiamo rilevare un incremento di successo per i cosiddetti showcases. Abbiamo avuto davvero dei grossi successi con artisti di musica leggera. Stiamo facendo qualcosa anche con la classica e contiamo di sviluppare questo settore. Per ora, almeno dal punto di vista della musica classica, non temiamo la concorrenza di altre forme di vendita, come per esempio le vendite online, i cui risultati sono ancora piuttosto modesti, per ovvi motivi relativi al tipo di pubblico con cui ci confrontiamo.
Prefumo. Però qualcosa accade. Mi è capitato di trovare in Rete dei dischi della Idis dopo due o tre giorni dalla loro uscita e devo dire che è una cosa che mi ha fatto anche piacere.
Chiapparini. Tuttavia per fortuna non è una pratica particolarmente diffusa, perché il cliente di classica è un cliente particolare che purtroppo sta invecchiando e si interessa poco a Internet. Del resto se nel giro di qualche anno le nostre istituzioni non si daranno una regolata sarà molto difficile che si abbia un ricambio generazionale, e questa è certamente la nota negativa di questo mercato.
Primon. Infatti questo è anche un problema molto sentito dalle testate di classica. Molti abbonamenti, quando l’intestatario muore, non vengono rinnovati dai familiari.
Chiapparini. Sì, indubbiamente la situazione non è rosea per le riviste specializzate italiane, del resto non lo è neanche per le riviste di musica leggera se le si confrontano con la situazione all’estero. Le due o tre testate storiche di musica classica in Italia indubbiamente fanno fatica ad andare avanti. Per tutte queste ragioni lavoriamo molto a stretto contatto con le case discografiche anche sul fronte promozionale con la convinzione che l’incremento della nostra catena sia loro utile.
Zeccara. Io non posso che ribadire quello che è stato detto. Per quello che ci riguarda il nostro impegno è soprattutto nella direzione della preparazione di chi sta dietro al bancone. Se, nel momento in cui un cliente ci chiede qualcosa, noi ci ritroviamo in difficoltà, immediatamente quel cliente percepisce che non siamo in grado di aiutarlo e si insinua la sfiducia. Questo aiuta il negozio specializzato. Poi vorrei sottolineare l’importanza del supporto cartaceo fornito dalle case discografiche. La gente vuole sapere quello che esce, vuole vederlo e possibilmente portarsi a casa qualcosa.
Delfini. Credimi, sono anni che in Emi combatto per questa cosa…
Zeccara. È importantissimo avere un catalogo vivo e palpitante, eppure molte case ne stanno facendo a meno. Poi più è bello meglio è, ma anche qualcosa di scarno aiuta, perché consente di vedere il disco con ciò che contiene e di farsi un’idea su ciò che si intende acquistare domani. E poi è importantissimo il rapporto tra l’agente e il commerciante. Jupiter effettivamente sta battendo molto questa via e anche questo è uno dei motivi del suo successo. Purtroppo ci sono invece dei distributori che avevano iniziato molto bene, ottenendo buoni risultati e poi, calate le visite e le “coccole”, nonché venendo a mandare il supporto cartaceo, l’incontro, la discussione (che è molto importante in questo settore), hanno subito un immediato crollo delle vendite. Il successo nasce anche da questo rapporto, possibilmente con agenti preparati. Troppo spesso gli agenti delle majors non si occupano di classica e quindi quando arrivano da noi non sanno di cosa si stia parlando, siamo più preparati noi, laddove dovrebbero essere loro fornirci l’informazione. Così non funziona e quindi a questo punto noi stessi abbiamo delle difficoltà. Il contatto dovrebbe essere costante. Per quanto riguarda il problema generazionale del pubblico di classica è una realtà incontrovertibile: non c’è ricambio. I giovani che vengono in negozio sono musicisti, li conosciamo perché li incontriamo ai concerti. Per cui sono già essi stessi specialisti, è gente che lavora in questo settore, che crea musica, ma non sarà mai pubblico in senso stretto.
Prefumo. Vorrei aggiungere che comunque in Italia trovare negozi con un personale competente come quello di Buscemi non è facile e il suo successo è legato proprio a questo. Io spesso quando devo pubblicare un disco vado da loro per chiedere se sanno se quel tale repertorio è già uscito… È un input importante. Purtroppo in Italia non sono molti i negozi in grado di offrire un servizio del genere.
Chiapparini. Per tornare al discorso dei cataloghi e del personale specializzato, in effetti le case discografiche quando devono tagliare purtroppo lo fanno proprio su queste cose, rendendoci senz’altro il lavoro più difficile.
Lamonaca. A questo punto passerei a parlare della promozione. Come si fa promozione e quanto oggi le riviste specializzate contano nell’orientare i consumi di classica?
Delfini. La promozione in Italia non è poi così diversa rispetto a quella che si fa all’estero. La promozione classica si fa soprattutto su artisti che abbiano un’immagine abbastanza giovane e naturalmente che mostrino disponibilità su questo fronte, dato che non sempre l’artista classico è disposto a spendersi per questo tipo di attività. Credo che uno dei problemi della musica classica in Italia sia il fatto che tende a considerarsi una musica d’élite, e questo accade un po’ perché noi stessi appassionati ci crogioliamo in quest’idea. In realtà non è vero che la musica classica non è di facile ascolto. Basti pensare al fatto che una percentuale altissima di brani classici viene costantemente usata negli spot pubblicitari… È chiaro che Azio Corghi potrà essere molto più complicato da ascoltare rispetto a Beethoven, però non alimentiamo questa convinzione perché ci veniamo solo a perdere. La promozione, dicevo, si sta un po’ “poppeggiando”, nel senso che si sta avvicinando all’attività promozionale normalmente utilizzata per la musica pop, tanto è vero che gli uffici di promozione si sono uniti. La promozione del gruppo Emi Marketing è fatta da un team unico, che fa promozione sugli artisti classici, su quelli pop e su quelli jazz. È chiaro che, per come sono strutturate le case discografiche, accanto alla persona che fa la promozione c’è un product manager che segue passo passo l’artista durante l’attività promozionale. Ma poi quest’attività si giova della competenza globale dell’ufficio promozione del pop. Per questo ogni tanto si punta a spendere e investire pagine pubblicitarie su giornali non specializzati. A volte è capitato di fare pubblicità su femminili, su quotidiani o su inserti di quotidiani, magari si è deciso di fare una pagina su “Sette” del “Corriere della sera”, al posto di farne 10 sul circuito “Musica”, “CD Classics”, “Amadeus”, “The classic voice”. Proprio perché ormai si è capito che l’incidenza della pagina pubblicitaria sulla rivista specializzata non è poi così determinante. L’obiettivo che una major deve raggiungere attraverso la pubblicità è quello di vendere poi un certo numero di copie, un numero molto alto, che una pagina su una rivista specializzata difficilmente può garantire. Ecco che allora la promozione tende a spostarsi magari su una piccola campagna televisiva sul cosiddetto circuito delle Tv minori (La 7, il network di Tele Lombardia che copre tutta l’Italia, ecc.), mentre si punta sui mensili specializzati soprattutto per il prodotto particolarmente specializzato. Forse è più utile lavorare con il giornale per avere, se l’artista è in Italia, una copertina, magari con l’intervista all’artista all’interno, ma una semplice pagina pubblicitaria rende molto meno di quanto non si possa credere. Tanto più che secondo me la buona esposizione dei dischi in un qualsiasi Ricordi Mediastore vale altrettanto quanto una pagina pubblicitaria su un giornale. In questo le catene ci hanno aiutato molto. Così, nel momento in cui si ha a disposizione un budget promozionale si preferisce spenderlo magari facendo attività di co-marketing con un sito Internet, con una linea di abbigliamento o con qualunque altro tipo di canale che porti a spingere il prodotto su target più ampi, anche perché l’esperto di classica è informatissimo, sa qualunque cosa e non ha bisogno della nostra informazione. Io ricevo telefonate di gente che mi dice di aver saputo che abbiamo registrato il tale disco, che magari registreremo domani… Sono più informati di noi! Ci sono giornalisti che fanno domande ad artisti su cose che magari loro ancora non sanno…
Lamonaca. Invece, parlando di recensioni, la critica in Italia smuove qualcosa?
Delfini. Sì, ma meno che in altri Paesi. Non esiste in Italia, né a livello pop né a livello classico, un mensile che assegnando un premio possa modificare le vendite di un disco. Io personalmente dico: per fortuna! Perché “Diapason” o “Grammophon” non sono sempre e comunque obiettivi. Per “Grammophon” basta che ci sia un Sir davanti e si è di fronte al più grande divo del mondo… Mentre la stampa francese alle volte è troppo filo francese. Per cui forse la tanto criticata stampa italiana è molto più avanti e pulita di tanta stampa anglo francese. Quanto a quella tedesca, è un po’ più dura, ma lo è con tutti. Per cui è chiaro che una buona recensione aiuta, aiutano soprattutto le recensioni comparate. Poi noi delle majors siamo talmente bravi nel farci del male che riusciamo a pubblicare contemporaneamente lo stesso disco con interpreti diversi. Penso a quando noi pubblicammo la “Boheme” con Pappano e Alagna e la Decca pubblicò sempre la “Boheme” con Chailly e Alagna, sì che entrambi i CD apparvero recensiti sullo stesso giornale lo stesso giorno. A questo proposito devo dire che le recensioni comparate sono molto più utili, in quanto aiutano ad orientarsi. Incuriosiscono e incuriosisce anche il sistema nuovo di dare piccole notizie sull’uscita del disco, per poi ritornarvi con l’intervista all’artista, ecc. Noi lavoriamo moltissimo quando l’artista è in Italia, specialmente quando si ha la possibilità di sfruttare l’uscita del disco in concomitanza con quella del giornale. Da questo punto di vista generalmente c’è una buona disponibilità da parte degli artisti giovani, tanto più che probabilmente si rendono conto che il momento è difficile e che collaborare è loro interesse.
Primon. Sono sicuramente d’accordo con Delfini per quanto riguarda lo svecchiamento del nostro parco clienti finale e per quanto riguarda l’esigenza di rendere più fruibile e popolare la musica classica. Questa è una delle variabili fondamentali su cui bisogna lavorare. Poi, per quanto riguarda la promozione, la piccola Jupiter considera promozione le performances in giro per l’Italia per incontrare i negozianti, i giornalisti, per andare ai concerti, ecc. questa è una delle variabili di spesa della promozione. Se questa variabile viene considerata, allora possiamo dire di investire una percentuale enorme del nostro fatturato in promozione. Poi, per quanto riguarda l’interazione con le riviste specializzate, noi facciamo pubblicità, cerchiamo di presentare e introdurre i nostri CD agli editori specializzati, sempre gestendo questo rapporto con sobrietà. Per il resto, ripeto quello che ho detto prima: in Francia sono molto bravi nel diffondere il prodotto classico, attraverso le riviste (“Diapason”, “Le monde de la musique”, “Classica”, ecc.) e anche attraverso le radio specializzate in questo settore. Da noi, purtroppo, non esiste una radio nazionale come “Radio Classique” che in Francia a qualunque ora trasmette musica classica, da noi c’è Rai Radio Tre, ma, diciamo la verità, ci sono tante volte in cui si parla di cose interessantissime e tante altre in cui un progetto di recensione discografica serio non esiste. Alcune case discografiche ci obbligano a fare pubblicità istituzionale, altre non sono particolarmente interessate. Noi possiamo fare passi in questo senso solamente se c’è un accordo preciso con i licenziatari. Mentre siamo liberi sul fronte della presentazione dei nostri dischi. Per esempio redigiamo il nostro giornaletto con la segnalazione dei CD che mi pare sia abbastanza gradito sia al negoziante sia al pubblico finale. Non si tratta assolutamente di una pubblicazione che abbia la pretesa di andare edicola, ma è uno strumento gratuito che il negozio può utilizzare secondo le proprie strategie. Questi sono i nostri campi di promozione. Poi esiste il rapporto con i giornalisti e quindi la richiesta di spazi per interviste, recensioni, ecc. A questo proposito ultimamente abbiamo anche l’ambizione di riuscire ad occupare spazio anche ove non ci sia specializzazione, come si diceva, per quanto sia difficile che capiti con continuità. Purtroppo sul “Corriere della sera” o sulla “Repubblica”, che sono i due più grossi quotidiani italiani, manca una pagina di recensioni discografiche gestita con serietà. Comunque stiamo lavorando per riuscire a rendere visibili i titoli presentati anche in questo senso, sebbene fino ad ora non sia ancora riuscito a portare a casa risultati veramente soddisfacenti. Jupiter distribuisce una piccola etichetta francese che si chiama Alpha, i cui CD sono recensiti bene sia in Inghilterra che in Francia, Germania e Italia. Quando succede questo miracolo probabilmente si tratta di dischi di vera qualità. Al Midem di Cannes quest’anno il ministro della cultura francese è intervenuto per parlare a tutti i giornalisti, con la sua scorta di sottosegretari, della piccola Alpha come di un punto fondamentale della cultura francese. Il giorno dopo i quotidiani e i giornali francesi hanno parlato del fatto che il ministro della cultura era stato al Midem, fornendo una vetrina sulla musica e su quanto il Midem presentava, e hanno dato spazio anche a questa notizia. Possibile che in Italia non accada mai che un ministro parli del fatto di aver letto il tale libro o ascoltato il tale disco o letto quell’articolo che lo ha fatto riflettere? Finché non riusciremo ad avere questa dimensione politica, dato che è la politica che deve stimolare la comunicazione, noi che siamo solo degli operatori non riusciremo mai a fare un salto di qualità, perché quello che possiamo fare da soli è modesto. Poi, possiamo inventarci tutti i veicoli di vendita. Io sono contento se Dynamic o Idis vendono per corrispondenza, bypassando il distributore e il negozio, perché questo vuol dire che il mercato è sano, e che quindi anche Jupiter e anche Buscemi venderanno più dischi. Non esiste gelosia sotto questo punto di vista, se c’è equilibrio nei prezzi all’utente finale.
Prefumo. Direi che concordo con Primon su tutto il discorso relativo alla pubblicità. Raramente ho visto un intervento pubblicitario di tipo istituzionale tradursi in un incremento significativo di vendite.
Primon. L’unica volta che io ricordi che c’è stata una vendita enorme, secondo me, per un titolo difficile, è stata quando Enzo Siciliano sul “Venerdì di Repubblica” ha recensito un disco della MDG sui lavori per oboe di Britten. Di quel disco ci sono state ordinate tantissime copie, quando si trattava di un CD che, se in Italia avesse venduto 300 copie, sarebbe stato un best. Ma è l’unico esempio. Se l’”Espresso”, “Panorama” o i quotidiani più importanti ricavassero un angolo in cui parlare di queste cose, il mercato ne gioverebbe. Per me la promozione consiste proprio nel cercare di sedurre i grandi giornali.
Prefumo. Concordo con quanto detto. Ha molto più senso che alcune persone competenti parlino ai propri lettori di un disco, piuttosto che investire su un messaggio di tipo pubblicitario. La critica ha delle potenzialità. La critica può rafforzare un po’ il buon disco e indebolire quello debole. Non è che cambi moltissimo le sorti, anche perché il disco cattivo muore di morte naturale, ma qualcosa la influenza. Magari si cerca di fare un titolo alternativo che sulla carta è interessante, ma, se eseguito mediocremente, quel disco parte bene e poi frena di colpo. Il disco buono può non avere successo, ma il disco cattivo non va lontano. Parlo naturalmente per la mia esperienza personale.
Delfini. A volte la gente si innamora di un’idea. Vorrei citare il caso di “Eternity”. È un disco mio che cito con orgoglio. I 14 brani di “Eternity” si trovano in qualunque compilation, ma noi lo abbiamo definito “Il disco classico più bello dell’Universo”. Gli spot erano giocati sull’idea della musica dell’anima e alla gente quest’idea è piaciuta. Accade spesso che il pubblico si innamori di un qualcosa di indefinibile. Sta alla nostra capacità riuscire a fare apprezzare un disco non sempre per quello che c’è dentro, ma anche per quello che gli si crea intorno. Bisogna riuscire a suscitare un’aspettativa.
Chiapparini. Vorrei ricollegarmi al discorso di “Eternity”, e quindi di tutti quei dischi che hanno un successo superiore al loro contenuto anche in virtù dell’appoggio marketing che hanno e che, dal punto di vista delle copie vendute, ci hanno consentito un buon incremento nel comparto classico, facendo ottenere risultati a breve. Ebbene lasciatemi sfatare l’idea che si traducono anche in un incremento di pubblico di musica classica. È vero che il disco classico ha una sua fruibilità, dato che lo si ascolta anche negli spot pubblicitari, infatti ci sono dischi che tendono proprio per questo a rivolgersi a un vastissimo pubblico, basti pensare ai vari CD dei tre tenori. Purtroppo, però, non si riesce a fare il salto che porti parte di quel pubblico ad interessarsi davvero alla musica classica.
Zeccara. Alle volte si arriva all’assurdo che, se ci chiedono di chi è il brano della tal pubblicità e noi rispondiamo che è un autore classico, cessa immediatamente l’interesse.
Delfini. Secondo me, però, ogni spunto può essere buono. L’importante è ottenere che di qualcosa si parli. Se dei 60.000 acquirenti di “Eternity”, di cui 59.997 non erano abituali acquirenti di classica, anche solo sei hanno comprato successivamente un altro disco di classica, comunque è una cosa positiva.
Chiapparini. Io sono stato ad una convention in cui ho avuto esperienza di centinaia di persone che hanno acquistato i “Carmina Burana” di Orff: ebbene non hanno mai acquistato nessun altro disco di musica sinfonica. Per quanto riguarda il discorso promozionale, anche in questo noi siamo abbastanza autonomi, nel senso che cerchiamo di caratterizzare con iniziative nostre le promozioni all’interno dei punti vendita. Abbiamo in tutti i megastores degli spazi adibiti alla promozione e, pur accettando normalmente la maggior parte dei prodotti che vengono proposti dal mercato, li personalizziamo con materiale promozionale nostro. Partendo dal singolo bollino con il prezzo, che non è quello delle case discografiche, a cartonati particolari, ecc. In modo da avere una uniformità in tutta la catena che sia riconoscibile agli occhi del cliente. Cerchiamo di compensare poi questo aspetto direttamente legato al punto vendita con la creazione di campagne personalizzate in esclusiva. Lo stiamo facendo con cadenza trimestrale. E tutte queste promozioni danno luogo a nuovo materiale promozionale realizzato in esclusiva da noi. Creiamo, grazie alla disponibilità dei fornitori, delle piccole campagne su misura, accordandoci con loro anche dal punto di vista della proposta grafica.
Zeccara. Per quello che ci riguarda il nostro impegno è soprattutto quello di contenere il più possibile i prezzi in generale, questo ci consente di accontentare la più ampia clientela. Per il resto, naturalmente, rispondiamo alle campagne dei fornitori, e poi per determinati titoli ci accordiamo ora con un produttore ora con un altro, in modo da avere un numero ristretto di CD a prezzo budget. Del resto il pubblico conosce molto bene il mercato discografico e quindi sa già che cosa scegliere di ogni casa discografica, noi promuoviamo soprattutto i titoli che sappiamo possano essere apprezzati. Per il resto promozioni non ne facciamo, perché non lo abbiamo mai ritenuto utile, anzi a volte ci siamo resi conto che mantenere uno standard costante è la cosa migliore.
Chiapparini. Vorrei aggiungere che per noi ormai il discorso promozionale è diventato imprescindibile. Nel senso che quando abbiamo avuto modo di fare un raffronto tra una serie di prodotti non in promozione e gli stessi prodotti successivamente messi in promozione, abbiamo visto risultati di vendita tali da farci realizzare il reale valore aggiunto della campagna. Del resto, a seguito delle stesse campagne, il pubblico è diventato sempre più esigente e ci stimola a inventare operazioni sempre nuove.
Lamonaca. A questo punto farei un ultimo giro dedicato alle libere osservazioni di ognuno di voi, ma prima vorrei fare una domanda in particolare a Delfini: voi, come major, lavorate molto sull’importazione di produzioni che vengono fatte all’estero. Quali sono le scelte che stanno dietro a queste operazioni?
Delfini. Il criterio primo è l’appeal dell’artista e poi la mancanza di repertorio. Quando nel planning annuale ci arriva la lista con le uscite dobbiamo tenere conto di cosa possa essere interessante per il nostro mercato. Certo, si può sbagliare, ma più o meno un minimo di polso negli anni ce lo si fa. È chiaro che se esce una “Boheme” con cantanti non particolarmente conosciuti (cosa che ormai è abbastanza difficile dato che un’opera ha dei costi talmente assurdi che quando si decide di affrontarli si investe su tutto ciò che si ha a disposizione) non la si prende in considerazione, magari si punta su titoli che non si hanno in catalogo, che vanno ad arricchire, oltre al mercato in generale, anche appunto il proprio catalogo. Ci sono poi centralmente dei prodotti “priority” che vanno comunque pubblicati, mentre alcune linee molto legate a un determinato territorio (per esempio le inglesi “British Composers” e “Music for pleasure”) si ritiene che in Italia non riscuoterebbero particolare interesse. A volte si aspetta un numero abbastanza rilevante di titoli che riguardano determinati artisti o un determinato periodo musicale, per cui si possa giustificare una campagna. Più o meno si fa così. Poi, certo, c’è sempre un certo margine di rischio, che comunque è più o meno giustificato dal fatto che si decide di pubblicare un disco se se ne ottiene un’adeguata prenotazione. L’unico problema di questo tipo di gestione è che, avendo un magazzino generalizzato in Olanda (anche se manteniamo in Italia anche il magazzino di Caronno tra mille difficoltà che la Emi internazionale ci crea dato che siamo l’unico territorio al mondo ad avere il magazzino locale), quando un disco smette di vendere e ce ne sono ancora molte copie siamo costretti a metterlo fuori catalogo. Credetemi, quando arriva il tabulato delle proposte di dischi da mettere fuori catalogo, ogni volta che ne siglo uno mi sembra di uccidere un bambino, ogni disco che va fuori catalogo è un dolore, perché comunque c’è dietro una storia. Tra l’altro regolarmente quando metti fuori catalogo un CD, lo iniziano a chiedere… Adesso si è studiato il meccanismo dell’esaurimento stock, per cui non ne compri più e aspetti di finire quelli che hai. Tornando al discorso delle scelte, credo che ci sia un mix di competenza del mercato, analisi di quello che succede, nome e una buona dose di fortuna. È chiaro che poi ci sono titoli facili. Per es. i “Carmina Burana” di Riccardo Muti sono in catalogo da 20 anni e rimarranno in catalogo probabilmente per altri 50. Ci sono titoli che hanno una soglia di vendibilità altissima e altri che hanno una serie di problemi. Noi abbiamo poi due etichette molto diverse tra di loro: Emi Classics e Virgin Classics. Virgin Classics è quasi un’etichetta indipendente, dato che è molto più simile alle etichette che distribuisce Jupiter per le scelte di repertorio, oltre ad avere anche artisti comuni (per es. Jordi Savall), per cui con Virgin è un po’ più complicata la gestione, anche perché ci sono nomi più difficili da lavorare. In genere se Emi pubblica un disco sono più tranquillo, magari è l’ennesima ripubblicazione di qualcosa, ma in genere ha un suo appeal, mentre Virgin è più specializzata su generi più difficili, con la sua linea di musica barocca. Una ha una politica sugli artisti, l’altra sul repertorio.
Primon. Sono rimasti fuori i problemi con la pirateria e quelli con la Siae. Io vorrei abolire il bollino Siae, che mi pare una cosa primitiva. A gennaio 2002 il bollino Siae è aumentato del 600%, da 10 lire ne costa 60. Può sembrare pochissimo, ma se se ne acquistano decine di migliaia il costo non è indifferente. Ma, al di là del costo, che è comunque il male minore, quello che grava è il costo umano del dover mettere fisicamente i bollini sui dischi. Siamo l’unico Paese all’interno della Comunità Economica Europea ad avere quest’obbligo. Quando io parlo con gli americani è come se non conoscessi minimamente la lingua se devo spiegare loro che cos’è il bollino Siae. È un problema enorme. Io non posso rendere alle case discografiche internazionali non italiane i dischi che hanno il bollino Siae. Magari commettiamo un errore, comprando una quantità eccessiva di dischi, ma non li possiamo rendere perché c’è il bollino Siae e loro giustamente, come io detesto i negozi che mi rendono i dischi con il prezzo che non viene via, così odiano dover cercare di toglierlo. Di contro cosa ci dà la Siae in cambio? Una politica decorosa sul diritto d’autore o nei confronti della pirateria? Ci dà qualcosa di tangibilmente concreto? Non mi sembra che il costo che un distributore paga per avere questo bollino sia giustificato. Poi ci sono addirittura delle cose assurde. Per esempio se io presento alla Siae dei dischi Ungheresi, vale a dire di un Paese ancora extra CEE, i cui costi dovrebbero essere inferiori rispetto ai dischi francesi o tedeschi, nonostante io alleghi il documento in cui si dice che il diritto d’autore è stato assolto nel Paese d’origine, che sia una dichiarazione autocertificata oppure addirittura il certificato dell’equivalente della Siae ungherese, mi si chiede di pagare comunque in Italia il diritto d’autore, per cui lo pago due volte. Queste cose non sono accettabili. In genere mi lamento con la Siae di Torino, dato che sono piemontese, e lì mi dicono che mi devo lamentare con Roma. Una volta ci ho provato e mi sono perso, ho chiesto a un avvocato di aiutarmi ma il costo era enorme. Insomma, siamo prigionieri di una situazione di questo tipo. Poi ci sono i problemi organizzativi: quando ci arrivano i dischi corriamo anche dei rischi con la Guardia di Finanza. Sì, perché dobbiamo acquistare i bollini ed è difficile che la Siae di Torino riesca a fornirmeli in 3 giorni, magari passano delle settimane. Ebbene se in quel lasso di tempo, in cui ho i dischi arrivati dall’estero ancora senza bollino, la Finanza arrivasse a farmi una visita, io potrei avere dei problemi. Sono tutte cose che in nessun altro Paese della CEE esistono e non dovrebbero esistere neanche da noi per una questione di conformità. Poi c’è il problema della pirateria che uccide i negozi.
Delfini. È vero, perché uccidendo il fatturato della leggera è inevitabile che uccida anche quello della classica.
Primon. La pirateria toglie risorse e liquidità ai negozi. Questa è una cosa assolutamente da combattere, peggio ancora dell’Mp3 nel nostro Paese. Adesso c’è da dire che per fortuna mi pare si sia ridotto, dopo l’entrata in vigore ad aprile di questa nuova legge particolarmente severa sul diritto d’autore, il numero di bancarelle di extra comunitari che propongono soprattutto CD di musica leggera a 5 Euro. Una volta mi trovavo in Spagna a Barcellona e ho visto un vigile che ha arrestato un extracomunitario che vendeva materiale illegale. Da noi queste cose si sono tollerate per troppo tempo. Questi due problemi, pirateria e Siae, se risolti, potrebbero dare davvero un grande impulso al nostro mercato.
Delfini. Si arriva addirittura all’assurdo del bollino Siae sulle copie che si danno in omaggio. Perché devo pagare il bollino su 50 CD omaggio, comprese le copie advance che si danno ai giornalisti?
Primon. Poi non abbiamo parlato dell’avvento del DVD che dovrebbe dare una scossa al mercato, soprattutto per quanto riguarda l’opera lirica. Anche dal punto di vista educativo, nei Conservatori, nelle scuole di musica, ma anche nelle scuole istituzionali, potrebbe essere propedeutico per avviare a questo tipo di fruizione. Il DVD credo sia un fatto importante. Noi dal dicembre del 2002 abbiamo avviato la distribuzione della TDK e devo dire che va abbastanza bene. Voglio anche sottolineare, sebbene abbia cercato di non citare mai nessuna casa discografica, il fatto che la Dynamic ha realizzato il primo DVD completamente italiano dedicato a un’opera lirica, e questo per una casa indipendente, visto che sappiamo bene cosa significhi realizzare un’opera lirica dal punto di vista degli investimenti, penso sia un fatto importante proprio dal punto di vista della sua scelta imprenditoriale di investimento su questo progetto. Mi auguro che nei prossimi mesi e nei prossimi anni questo tipo di produzione possa allargarsi.
Chiapparini. C’è un altro discorso che non è stato affrontato e che riguarda il fatto che CD e DVD hanno l’IVA del 20% a carico del consumatore, una percentuale che affossa il mercato ma che è utilissima alle casse dello stato.
Delfini. Ma anche il bollino Siae è altrettanto utile, sebbene gli artisti vengano pagati con anni di ritardo e soprattutto vengano pagati solo se sono grandi, dato che se non si supera una certa soglia annuale non si riceve alcuna percentuale.
Primon. In effetti, ricollegandomi al discorso sull’IVA mi viene in mente un’altra cosa. Vale a dire che se io oggi dovessi fare un contratto con un grosso quotidiano per pubblicare dei dischi, quei CD avrebbero l’IVA al 4%, mentre invece nei negozi gli stessi dischi ce l’hanno al 20%. Questa è un’altra cosa che probabilmente dovrebbe essere riequilibrata a livello europeo. Il fatto di avere un 16% di sconto sull’IVA sono convinto sarebbe una boccata di ossigeno per il nostro mercato.
Prefumo. Se ne parla da anni, ma siamo sempre allo stesso punto. Per quello che mi riguarda non ho molto altro da aggiungere. Sul discorso del DVD posso solo dire che si tratta di una spesa davvero ingente per il produttore, dato che i costi sono più o meno 10 volte maggiori rispetto al costo del CD, pur arrivando nei negozi più o meno allo stesso prezzo. È però un mercato interessante che stiamo iniziando a sondare. Non sappiamo ancora che tipo di ritorni possa portare. Noi ne abbiamo fatto uscire uno, ne abbiamo tre registrati, adesso ne registriamo un quarto, staremo a vedere. Il mercato è evidentemente in espansione. Più che altro bisogna capire quanto sia conveniente per una piccola etichetta questo tipo di produzione, comunque i riscontri fino ad ora sono stati positivi.
Chiapparini. Direi che possiamo concludere con un discorso sul supporto. Sicuramente il mercato sconta un supporto che è invecchiato: il CD. 20 anni fa il mercato della classica languiva, ma poi si è riavuto con il ricambio del catalogo grazie all’avvento del CD. Si è tentata ora la strada del DVD audio, che al momento mi sembra abbastanza chiusa, e quella del SACD che ha qualche prospettiva migliore, ma sempre molto limitata allo stato attuale. Probabilmente l’unica novità che si sta imponendo sul mercato e che sta avendo un certo successo è il DVD, sicuramente sui versanti lirica, balletto e poi a scendere orchestrale fino (ma al momento relativamente) alla musica cameristica e strumentale. Mentre invece per quello che ci riguarda ci nuoce molto di più il discorso dell’abbinamento editoriale che, soprattutto nel campo della musica leggera e dei film, ci causa delle perdite difficilmente quantificabili ma molto ingenti. Un quotidiano recentemente ha pubblicato dei CD al costo di 5,90 Euro, che da noi ne costavano 14. Ogni volta che esce un CD o un DVD di questo genere per il mercato tradizionale sono perdite ingenti. Anche se la casa discografica fa passare questo tipo di operazioni come destinate a un pubblico che normalmente non frequenta i negozi, in realtà un minimo di sovrapposizione è evidente che c’è. Perché è ovvio che se io, appassionato cliente dei negozi specializzati, vedo in edicola a un prezzo stracciato “L’albero degli zoccoli”, lo acquisto.
Lamonaca. È anche vero che magari non sarei andata quel giorno a comprare quel film, ma sono spinta a un acquisto di impulso che non è detto sarebbe scattato in negozio.
Chiapparini. Giustissimo, però quel film non lo prenderò mai più, anche perché, fortunatamente per il cliente, ormai si parla di supporti assolutamente durevoli nel tempo. C’è una disparità di forze impossibile da affrontare. Tanto per fare un esempio, Fausto Leali è stato a Sanremo per due anni di seguito. L’anno scorso ha venduto pochissime copie del suo album. Quest’anno ha abbinato il CD a “Sorrisi e Canzoni” e ha fatto diverse decine di migliaia di copie. Con un giornale che per altro tratta il disco alla stessa stregua di un gadget.
Zeccara. Non ho molto da aggiungere. Posso spendere anche io una parola sul DVD che nel settore degli spettacoli e dell’opera lirica meriterebbe più fiducia. Per il momento si vende, e anche abbastanza bene, però vedo che molta gente arriva in negozio, chiede e si lamenta che esce ancora troppo poco. Credo che bisognerebbe avere il coraggio di credere di più in questo supporto aumentando gli investimenti.
Prefumo. È un problema di costi, anche perché ci sono dei contenuti aggiunti, tra sottotitoli in giapponese e quant’altro, che ancora non vengono giustificati dai ritorni.
Zeccara. Sì, noi tutto questo lo sappiamo, ma quello che sto dicendo è che la gente queste cose proprio non le comprende, né le interessano. Mi rendo conto di quali sono le problematiche, ma d’altra parte mi faccio portavoce di questa fame di cose nuove che i clienti ci comunicano.
Chiapparini. In effetti va detto che è un settore sul quale si sono spinte poche majors e pochi indipendenti.
Delfini. Bisogna anche avere il repertorio da riversare, perché il riversamento a tutti i costi mi sembra fine a se stesso. Le case che hanno comunque un repertorio di supporti video importanti credo che si lanceranno sicuramente in questo settore: sono convinto che da qui a 5 o 10 anni avremo più o meno la stessa rivoluzione che si è avuta con il CD. Del resto l’opera in videocassetta è inguardabile.
M&D Settembre 2003.

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